Nella guerra contro l’Ucraina mancava solo Kim Jong-un

Che cosa c’entra Kim Jong-un, l’autoproclamatosi leader supremo della Corea del Nord, con la guerra che da oltre due anni Vladimir Putin ha scatenato contro l’Ucraina? Non c’entra niente, come la geopolitica dimostra a proposito dello Stato aggredito che si trova nel cuore dell’Europa, confinando con ben quattro Paesi dell’Ue. A differenza della lontana nazione dell’Asia orientale.

Eppure, a dispetto degli oltre 7mila km di distanza tra l’Ucraina e la Corea del Nord, circa tremila soldati del “leader supremo” oggi si trovano a una cinquantina di km dalla frontiera del Paese aggredito da Mosca. E altri novemila militari nordcoreani sarebbero già stati mobilitati per affiancare la campagna russa.

“Questa guerra è internazionalizzata e va oltre i limiti”, è il grido d’allarme che il presidente ucraino, Volodymir Zelensky, rivolge all’Occidente. Si stanno sempre più avverando le inascoltate parole di Papa Francesco sulla drammatica realtà nell’universo, che sta vivendo una “terza guerra mondiale a pezzettini”.

E la Corea del Sud, che Kim Jung-on considera “il nemico assoluto”, per ritorsione sarebbe pronta a inviare armi all’Ucraina. Avremmo, così, un paradosso senza precedenti nella storia contemporanea: due Stati che si sfidano (Corea del Nord e del Sud) per interposti e altri due Stati (Ucraina e Russia). Lo scacchiere internazionale impazzito, e che non promette nulla di buono. Anche perché, in contemporanea con gli scontri militari in parallelo, la Georgia e la Moldavia, ex Stati dell’Urss -come l’Ucraina, del resto-, si ritrovano in pieno conflitto politico-elettorale, cioè al bivio tra filorussi e filoeuropei. Con le pesanti ingerenze di Mosca in un’area che considera di sua pertinenza.

Ma se è già difficile prospettare una via d’uscita dalla guerra in Ucraina per quella “pace giusta” richiesta dalla nazione aggredita come condizione per negoziare, la prospettiva si complica ancora, se altri soggetti, i nordcoreani, imbracciano le armi in aiuto dell’invasore. E se al contempo Georgia e Moldavia sono divise tra due opposte visioni di destino.

E’ chiaro che per costruire una risposta politica -perché solo la politica può fermare la guerra e affrontare le crisi elettorali-istituzionali nei dintorni-, bisogna aspettare il 5 novembre. Tutti guardano all’imminente, e peraltro incertissimo, voto negli Stati Uniti come alla possibile svolta.

Il nuovo o la nuova inquilina della Casa Bianca avrà la ritrovata legittimità per rinvigorire l’alleanza euroatlantica, che sull’Ucraina ha una posizione solida e consolidata, ma soprattutto per interloquire con Putin. E per parlare con la Cina, interlocutore decisivo nello scenario. Senza poi dimenticare l’altra polveriera nel Medio Oriente.

Aspettando l’America, dunque, anche nell’Unione europea che, rinfrancata dal forte e principale alleato d’Oltreoceano dopo il verdetto elettorale in arrivo, forse riscoprirà di non essere soltanto un’espressione geografica.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova